In Sicilia cresce l’allarme per la lenta attuazione del PNRR: si stima che oltre 11 miliardi di euro siano ancora da spendere nei Comuni e altri enti locali dell’Isola.
Secondo i dati più recenti, la Regione e gli enti locali hanno impegnato solo una parte dei circa 15–17 miliardi di euro assegnati all’Isola — con percentuali che vanno dal 13 % al poco più del 30 %.
I motivi del rallentamento sono molteplici: procedure burocratiche complesse, carenza di personale tecnico e amministrativo nei Comuni, scarsa progettazione esecutiva e difficoltà nel coordinamento tra enti territoriali.
Il presidente della Regione ha convocato assessori e dirigenti generali per sollecitare un’accelerazione nell’attuazione degli interventi finanziati tramite PNRR.
Se non sarà invertita la rotta, il rischio concreto è che alcune risorse vengano revocate o ridirigate altrove, con conseguenze sul tessuto produttivo locale e sull’occupazione, soprattutto nelle aree più fragili dell’Isola.
L’occasione era storica: il PNRR poteva rappresentare per la Sicilia un trampolino di salto per infrastrutture, digitale, sanità, formazione e coesione sociale. Ed invece il ritardo nell’attuazione rischia di trasformare la generosità delle risorse in una beffa per i territori.
Non è solo una questione di cifre: quando un euro non viene speso, è un’opportunità persa per l’occupazione, per la qualità della vita, per il futuro stesso dell’Isola. E non basta il dato aggregato: dietro ai ritardi ci sono famiglie che attendono servizi, imprese che rimangono ferme, territori che restano marginali.
Il vero test per le istituzioni locali sarà dimostrare che sanno gestire il “dopo-emergenza”: non bastano bandi, bisogna progettare, mettere in gara, realizzare e rendicontare.
I Comuni siciliani, spesso marginalizzati in termini di capacità amministrativa, necessitano di un cambio di passo.
I prossimi mesi saranno decisivi: se non si riuscirà a trasformare i fondi del PNRR in cantieri, progetti operativi, posti di lavoro reali, la “macchina” rischia di incepparsi, lasciando dietro di sé più domande che risposte. È il momento della responsabilità: non della lamentela, ma dell’azione concreta.
